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Dante, gufo reale della collezione di Mario Felice Schwenn, nel vestibolo di Borgo Pinti 27, adornato di allegorie alchimistiche Rinascimentali.


Mario Felice Schwenn
Borgo Pinti 27
50121 Firenze

mariofelice@schwenn.it

(+39) 371 3149690

IL BRANDING, EREDE DELL’ALCHIMIA,
ULTIMO DI UNA SCIENZA EROTICA.

 

LE ALLEGORIE ALCHIMISTICHE RINASCIMENTALI DI BORGO PINTI 27

 

Il vestibolo di Borgo Pinti 27 a Firenze ha un soffitto a cassettoni adornato di 15 allegorie alchimistiche Rinascimentali. A commissionarle a Bernardino Poccetti* (1548 – 1612) fu l’alchimista della corte dei Medici, che viveva all’ultimo piano – attuale sede di Mario Felice Schwenn.

Nel Cinquecento la chimica si confondeva con l’alchimia, stava in bilico fra la scienza e la magia e, più che alla ragione, faceva appello all’immaginazione, facoltà che il Rinascimento ha eccezionalmente sviluppata.
Ancora oggi attraverso l’alchimia delle parole, l’esperienza di un uomo può diventare l’esperienza di tutti, e quell’esperienza, distillata nuovamente in parole, potrà servire a ciascun lettore per qualche fine unico e segreto.


L’alchimia riguarda sotterranei aspetti della realtà, volta a purificare e trasformare tutto l’essere e la materia. Gli alchimisti quando vedono l’unione di pioggia e terra, la vedono in senso erotico, come una copulazione.
Gli alchimisti trovano nell’attività sessuale dell’uomo una corrispondenza con la creazione del mondo, con la crescita delle piante e con la formazione dei minerali. Ma per Johannes Trithemius – esoterista, storico e scrittore tedesco del Cinquecento –„l’alchimia era una “casta meretrice, che ha molti amanti, ma tutti delude e a nessuno concede il suo amplesso. Trasforma gli stolti in mentecatti, i ricchi in miserabili, i filosofi in allocchi, e gli ingannati in loquacissimi ingannatori“.

Borgo Pinti 27 è il Palazzo Marzichi Lenzi: un edificio originariamente configuratosi nel Trecento come casa corte mercantile medioevale. Fu ridisegnato negli interni tra Quattro e Cinquecento e, per quanto riguarda il fronte, è di tipologia decisamente cinquecentesca.
Si hanno notizie frammentarie di questa strada fino al 1100, quando si chiamava Borgo Fulceraco. Da cosa derivi il nome “Pinti” è controverso: alcuni suppongono che si tratti di un’antica famiglia, altri che sia una contrazione di pentiti, dal Monastero delle Donne di Penitenza dette le Repentite, noto fin dai tempi di Dante (che con Forese Donati parla del “riparare” nello “Spedale a Pinti”, Rime LXXVI) e situato al posto dell’attuale chiesa di Santa Maria Maddalena dei Pazzi. Secondo altri poi sarebbe dovuto alla presenza dei frati Ingesuati nella vicina chiesa di San Giusto alle mura e alla loro attività di “pintori” di vetrate.
Il nome “borgo” testimonia come la strada fosse al di fuori di una porta nell’antica cerchia delle mura cittadine, infatti si dipartiva dalla postierla detta “degli Antelminelli” (oggi sopravvissuta come arco di San Pierino) e vi si allineavano le case degli ultimi arrivati in città. Quando fu inglobata nell’ultima cerchia vi venne aperta in fondo la non più esistente Porta a Pinti, dalla quale si dipartiva la strada per Fiesole.
Dal Quattrocento il Comune Fiorentino incentivò i proprietari di fondi su questa strada, allora ancora in larga parte agricola ed ecclesiastica, a lottizzarli e a cederli a privati, infatti la maggior parte degli edifici che oggi vi si affacciano ebbero origine in quel periodo.

*Bernardino Poccetti, pseudonimo di Bernardo Barbatelli fu un prolifico pittore di affreschi, attivo in Toscana, per lo più a Firenze, di bassa statura (da cui il diminutivo nel nome). Per la sua specializzazione in affreschi di facciate e in decorazioni a grottesche fu chiamato anche con altri soprannomi, come Bernardino delle Grottesche, Bernardino delle Facciate o Bernardino delle Muse. Il soprannome “Poccetti” con cui è più noto pare derivi, invece, dalla sua abitudine a “pocciare” (bere) nelle osterie.

 

DIARIO

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